Consigli gentili: Claudio Giunta sul web
dom 08 mag 11
Inauguro oggi un paio di nuove rubriche che, a dire il vero, non so quanto svilupperò perché scrivere recensioni non è che sia proprio un’attività che mi piaccia molto. Neanche dispensare consigli, non certo per spocchia: mi riesce difficile consigliare alcunché senza conoscere bene chi ho davanti. Forse non sarà il caso di questo blog visto quant’è popolato l’Internet. Si tratterà comunque di una sottocategoria degli “appunti personali”, com’è giusto che sia.
L’oggetto del consiglio di oggi arriva per caso da un utente di FriendFeed e riguarda il sito dell’accademico Claudio Giunta.
Forse alla maggioranza di voi visitatori, finiti per caso su questo blog mentre cercavate tutt’altro genere di consiglio, questo nome suona vuoto; da brava studentessa di Lettere, perdipiù con alle spalle un esame di Filologia Romanza completamente dedicato alle rime di Dante, ho imparato a conoscere e riconoscere gli accademici quando ne vedo uno.
Il signor Giunta, attualmente docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Trento, raccoglie in questo suo sito diversi interventi e contributi di argomento culturale, non per forza accademico. Un articolo che per esempio ho trovato estremamente interessante è stato Test d’ingresso nelle facoltà umanistiche. Adesso, di cui riporto un estratto:
[...] A diciannove anni è tardi per imparare a contare, dunque è improbabile che chi è a disagio coi numeri s’iscriva a Matematica. E la stessa cosa vale, immagino, per il sangue e per la Medicina. Ma le facoltà umanistiche sono un’altra cosa, perché nelle aule di Lettere o di Sociologia si parla di romanzi, poesie, quadri, sinfonie, storia antica, filosofia, archeologia, e a questo Bengodi uno può appassionarsi anche senza avere alcuna competenza o vocazione; ché anzi la passione – la passione cieca e inconcludente, la mania – prospera proprio là dove la competenza scarseggia. Ci si iscrive dunque alle facoltà umanistiche per passione, perché – come suona il viatico dei falliti – «l’importante è fare quello che ti piace».
D’altra parte, studiare male, cavarsela con la storia antica, con la filologia romanza, con la storia del cinema, è più facile che cavarsela con l’algebra o con l’anatomia. Nei film comici, le scene a scuola o all’università sono sempre scene di esami in materie come Letteratura (Ecce Bombo: «Alvaro Rissa. A disposizione. Vogliamo parlare del ruolo del poeta nell’oltretomba? O del ruolo dell’oltretomba nella poesia?») o Semiotica (Paz: «Apocalypse Now, nella sua complessità, configura la scena di una sfida, quale?» – «La sfida tra l’uomo e la natura»): la scienza fa meno ridere perché si presta meno alla cialtroneria. Perciò, come è noto e facilmente verificabile, tanti ragazzi s’iscrivono alle facoltà umanistiche anche perché non sanno che altro fare, e perché pensano che le facoltà umanistiche siano le più facili. E di solito hanno ragione. [...]
Il resto potete leggerlo qui.
Il signor Giunta solleva una questione che mi sta particolarmente a cuore; provate a chiedere ad uno studente iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia il perché della sua scelta. Le risposte più gettonate sono «Perché ho fatto il Liceo Classico» (quindi facoltà umanistica vista come naturale proseguimento di studi classici), «Perché sono appassionato/a di Letteratura/Filosofia/Storia/Arte/etc» (quindi facoltà umanistica vista come unica via possibile per coltivare la propria passione in un determinato campo), «Perché mi piace leggere» (variante frequente soprattutto tra gli studenti di Lettere), «Perché <inserire genitore a scelta> fa l’insegnante di Italiano/Latino/Greco/Storia/Filosofia» (quindi facoltà umanistica volta a ottenere un’eredità lavorativa da parte di familiari).
Ora, io sono tipo un po’ brusco e motivazioni del genere mi alzano il livello di acidità dei succhi gastrici. Certo, magari poi venite a dirmi che ho fatto la stessa identica cosa quando ho dovuto iscrivermi all’Università, però se permettete mi arrogo il diritto di aver acquisito un grado di consapevolezza che va oltre le banali rispostine su riportate, risposte che – ricordo – continuano a essere ripetute come nenie anche da studenti ormai prossimi alla laurea (o fuoricorso). Non serve a nulla riempirsi di appunti, riassunti e fogli volanti se non si è in grado di discernere le informazioni che servono da quelle che non servono in un capitolo di qualsiasi testo; non servono gli studenti che, al momento della tesi, si fanno consigliare interamente la bibliografia dal relatore.
Questo stesso articolo è stato riproposto da Giulio Mozzi sul suo Vibrisse: pregherei di fermarsi a leggere i commenti, ammetto che mi hanno fatta sorridere. Si parla (ancora, giustamente) di diritto allo studio anche per chi non se lo può permettere, salvo poi negarlo a causa di nepotismo imperante. Si parla di cultura diffusa solo tra le classi agiate in quanto possessori di un abbonamento al teatro, librerie già belle e pronte ereditate da generazioni agiate: io leggo molto di più da quando mi sono fatta – gratuitamente – la tessera di non una biblioteca, ma quattro e il teatro l’ho sempre visto in televisione. La sensazione è quella di un anacronismo diffuso.
Un’altra cosa di cui mi piacerebbe parlare, strettamente collegata al discorso accennato qui, è la superiorità che diversi studenti iscritti a facoltà scientifiche sentono in dovere di manifestare nei confronti dei poveracci umanisti. Per il momento rinnovo l’invito a dare un’occhiata al sito del Giunta e vi rimando al prossimo appuntamento con queste rubriche nuove di pacca.
Appunti personali, Recensioni e consigli blog, claudio giunta, consigli, cultura, giulio mozzi, università, vibrisse
RSS
Tracce nel vuvuvù